lunedì 27 febbraio 2012

Clamoroso blitz Fornero-Marcegaglia: il lavoro precario resterà tale e quale "perché funziona benissimo così"

Roma.«Se l’Italia vuole essere competitiva non può mantenere leggi che sono ostacolo alla flessibilità», ha fatto sapere Monti nell’intervista a El Mundo. E il pensiero corre a un riferimento preciso: l’abolizione dell’articolo 18. O per primo, o per ultimo. Il professore ha ribadito che la riforma del mercato del lavoro è «fondamentale per la crescita». E ha offerto una sponda autorevole alla strategia della fermezza, che molte critiche ha già attirato sul ministro del Welfare, Elsa Fornero, e sul presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che martedì ha sparato ad alzo zero sui sindacati protettori di ladri e fannulloni. Su liberalizzazioni e riforme del mercato del lavoro, ha rilanciato il presidente del Consiglio, «potremo accogliere modifiche» che non equivarranno a un “arretramento” ma forse a un “miglioramento”. E tuttavia, Monti rievoca la piena sintonia con l’atteggiamento muscolare sfoggiato da Fornero. Altre modifiche, fa sapere, «non potremo accoglierle e non le accoglieremo». Ma che cosa intende il governo quando parla di una riforma buona, e di una cattiva che invece farebbe saltare la trattativa? «Si tratta innanzitutto di mantenere la buona flessibilità, e di cancellare soltanto quella cattiva», spiega a liberal Carlo Dell’Aringa, professore di Economia politica alla Cattolica di Milano. L’economista ha presentato l’altro ieri insieme a Tiziano Treu un volume intitolato Giovani senza futuro? Proposte per una nuova politica, che ha visto l’intervento di Elsa Fornero.
Professore, c’è qualche spunto utile per la riforma del lavoro nel libro che avete appena scritto?
Sì, e la cosa ha creato molta soddisfazione perché ha fatto emergere delle linee di intervento condivise che hanno riavvicinato il governo e le parti sociali. Siamo molto fiduciosi nel prosieguo di una trattativa difficile che può essere condotta in porto con senso di responsabilità ed equilibrio.
Ecco, a proposito di equilibrio. Non le sembra un po’ controproducente la continua sottolineatura di una trattativa che si fa solo se piace al governo, e altrimenti tanti saluti agli intervenuti e si va avanti lo stesso?
La delicatezza della questione consiglia misure di prudenza. È piuttosto elementare comprendere che i toni ultimativi creeino molto fastidio a chi deve sedersi a un tavolo. Certe cose si dicono di solito quando si vuole mandare a monte tutto. E sicuramente le prove di forza sono dannose, sarebbe ora di mettervi fine. Tuttavia sono ottimista, credo si siano trovati buoni margini di convergenza da cui ripartire
Non ci tenga sulle spine.
Si è convenuto che la riforma del mercato del lavoro deve avere come obiettivo la flessibilità cattiva, e non la flessibilità tout court. Combattere i rapporti di lavoro autonomo che nascondono subordinazione significa contrastare gli abusi e va bene. Ma obbligare le aziende a stabilizzare i contratti a tempo determinato è invece dannoso. Non è vero che esiste un dualismo tra protetti e non protetti: il vero precariato è nelle partite Iva, perché i contratti di somministrazione hanno tutele equivalenti a quelle dei lavoratori a tempo determinato. Il numero di contratti flessibili vigenti in Italia è nella media dell’Unione europea. E non c’è buona ragione per convertirli d’imperio.
Ma che fine fa il contratto unico che nelle intenzioni del governo doveva “disboscare la selva di contratti precari”?
È il contratto di apprendistato che va valorizzato. I contratti a tempo determinato hanno ridotto moltissimo il lavoro nero e hanno creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ripeto: è la cattiva flessibilità che va combattuta.
Quindi il precariato va bene così.
Vanno eliminati gli abusi, e va fatta una manutenzione dei contratti in essere. Va messa qualche pezza, insomma. Se togliamo alle aziende la possibilità di ricorrere al tempo determinato, rischiamo di perdere ulteriori posti di lavoro perché scoraggeremmo le assunzioni.
Che cosa si intende per mettere qualche pezza?
Bisogna sburocratizzare le assunzioni a tempo determinato. I contratti a tempo determinato vanno liberalizzati. Le aziende non devono più indicare le precise causali che giustificano il rapporto di lavoro a tempo determinato. Devono poterlo fare e basta.
E che cosa succede alla scadenza del contratto?
Le aziende hanno facoltà di rinnovarlo, non rinnovarlo o trasformarlo in un rapporto stabile. Ma senza nessun tipo di obbligo.
E perché dovrebbero stabilizzare se il costo del lavoro diventerebbe superiore?
Il costo è identico. Semmai si può ragionare su qualche incentivo che spinga l’azienda a reputare l’inderminato vantaggioso.
E questo dovrebbe prevenire gli abusi?
I sindacati hanno già strumenti a disposizione per prevenirli. Ad esempio i tetti massimi e le soglie temporali.
Ma la riforma del mercato del lavoro non doveva servire a creare occupazione? Che cosa ce ne facciamo se tutto resta com’è?
Giusta osservazione. La riforma non creerà nessun posto di lavoro. Servirà soltanto a migliorare il lavoro esistente. Le assunzioni non dipendono da una legge, ma dalla necessità delle aziende e dall’andamento dell’economia.
Se tutto resta com’è, qual’ è la necessità di abolire l’articolo 18, visto che il precariato resta tale e quale e non gode di questo tipo di tutela?
I contratti a tempo determinato costano quanto gli indeterminati. Ma è importante consentire che l’azienda sia incentivata a trasformare il rapporto da precario a stabile. Se per la risoluzione di ogni causa di lavoro passano cinque o sei anni, le aziende sono costrette a versare indennizzi enormi. E questo rende la stabilizzazione un vero azzardo per il datore di lavoro. Vanno abbattuti i costi di licenziamento.
Allora perché non creare un tribunale del lavoro espresso, invece che toccare l’articolo 18?
Non basta istituire un arbitrato. Occorre che la giustizia sia fatta funzionare e non è facile stabilirlo per decreto.
Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille! Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

giovedì 9 febbraio 2012

«Ecco il patto per far fuori Lega e Idv». Massimo Cacciari svela gli scenari per il dopo Monti

Roma. Due volte nella polvere, due volte sull’altare. Sconfitto male alle elezioni del ’96 e in quelle di dieci anni dopo, Silvio Berlusconi ha deviato in entrambe le occasioni verso il sancta sanctorum delle riforme. Ma prima come promessa sposa di Massimo D’Alema, e poi come pronuba di Walter Veltroni, l’ex premier è fuggito dall’altare a cerimonia già iniziata. Facendosi un baffo di chi assicurava a tutti di tenerlo, per dirla in modo urbano, per il guinzaglio. Pdl e Pd assicurano oggi, per la terza volta, di essere concordi nell’esigenza di «cambiare l’attuale sistema elettorale restituendo ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti», annunciano un cammino condiviso che porterà alla riduzione del numero dei parlamentari, alla modifica del cameralismo perfetto e a una nuova regolamentazione parlamentare all’insegna della trasparenza. Ma l’auspicio è che stavolta, specie dopo la chiarissima volontà popolare di abolire il Porcellum lasciataci in dote dal defunto referendum, l’ennesima nota congiunta dei due maggiori partiti italiani non sia il sinistro prologo del solito matrimonio che non s’ha da fare. Quello delle riforme. «Ma forse questa è la volta buona», dice a liberal Massimo Cacciari, «e anche se non ne verrà fuori il miglior risultato possibile, i partiti sanno bene che dopo il governo Monti gli assi portanti del vecchio sistema politico non saranno più facilmente praticabili». 
Professore, tutti hanno voglia di cambiare la legge elettorale, ma ognuno vorrebbe farlo a modo proprio. Si passerà mai dalle chiacchiere congiunte ai fatti?
Probabilmente non ne verrà fuori un sistema di voto coerente e del tutto funzionale alle esigenze del Paese. Ripristinare i collegi uninominali sarebbe la soluzione ottimale, in questo senso. E tuttavia si può pensare a un accordo su un maggioritario corretto in senso più proporzionale e all’abolizione delle liste bloccate.
Ma sul Porcellum la Lega sembra volersi mettere di traverso. Per il Cavaliere un ostacolo non da poco.
Non credo affatto che Bossi rappresenti ancora un problema. La decisione del Pdl di sedersi con il Pd al tavolo delle riforme è il segnale che lo strappo con il Carroccio è definitivo. Il Senatùr ha bisogno di difendere il proprio potere di nomina affinché i suoi fedelissimi possano arginare le pretese di Maroni anche nella prossima legislatura.
E se si dovesse arrivare davvero a una nuova legge elettorale, che tipo di schieramenti dovremmo immaginarci in campo, di conseguenza?
Per rispondere a questa domanda, bisognerà attendere le decisioni di Mario Monti. È lui che ha in mano il boccino. Se l’attuale premier dovesse risolversi a continuare a fare politica, sarebbe sostenuto dal Terzo Polo sull’onda dei risultati favorevoli conseguiti dal governo tecnico. A quel punto il Pdl dovrebbe convergere al centro. Un ragionamento che vale anche nel caso in cui Passera dovesse candidarsi, e che indurrebbe a anche il Pd a una decisione speculare.
L’ipotesi è più plausibile per il Pdl, che così rientrerebbe nella casa dei moderati. Ma il Pd non rischierebbe a quel punto di restare fuori dalla porta?
Lo sostengo da tempo e lo ripeto: questo non è un governo tecnico, ma un governo politico.
Sbagliamo a immaginare dietro le sue parole l’idea di un futuro governissimo?
La crisi avrà l’effetto quasi certo di produrre una riaggregazione delle forze politiche attorno a un polo moderato. Ma come detto, tutti faranno i conti non appena Monti chiarirà il suo futuro.
Una legge elettorale corretta in senso proporzionale, sarebbe quindi coerente con l’idea di tagliare fuori le cosiddette “estreme”.
In fondo il risultato non sarebbe così negativo per la Lega perché nonostante si troverebbe a contare di meno in Parlamento, vedrebbe crescere molto i suoi consensi al Nord e avrebbe le mani libere.
Se guardiamo al ’96 e al 2007, non si può che essere scettici su questo tavolo delle riforme. Che tipo di scenario possiamo immaginare se tutto andasse a monte?
È facile a dirsi. Avremmo uno straccio di centrodestra a fronteggiare uno straccio di centrosinistra.
Oltre all’uccisione del Porcellum, ci sono in agenda anche la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del bicameralismo perfetto. Due mete raggiungibili anche queste?
Tutto sommato sì. L’occasione di riformare la legge elettorale è legata a doppio filo a una drastica riduzione del numero dei parlamentari. Un bella sforbiciata che non solo possibile e desiderata da tutti, ma anche necessaria. Idem per il bicameralismo perfetto. Bisogna snellire l’iter di formazione delle leggi ordinarie.
Conosciamo il personaggio e il dubbio è lecito. Se le riforme andranno in porto, che tipo di vantaggio otterrà il Berlusconi riformista a decenni alterni?
Questa volta è una questione di sopravvivenza. Il Cavaliere ha lasciato a Monti soltanto perché le aziende di famiglia erano ormai sotto assedio, è evidente. Ma stavolta non vedo un contraccambio immediato. L’ex premier ha bisogno di agganciare Monti e il Terzo Polo, altrimenti rischia di rimanere isolato.
Eppure in tanti spiegano che vorrebbe per sé la nomina a senatore a vita, o il pass per il Quirinale. Per tacere, benignamente, dei processi che lo riguardano.
Immaginare Giorgio Napolitano che nomina senatore a vita il Cavaliere sarebbe quanto meno stupefacente. Magari potrebbe decidersi al gesto estremo il prossimo presidente della Repubblica. Ma dall’attuale inquilino del Quirinale, bisogna aspettarsi un solo verdetto: “no”.
Pacco numero due. Il Quirinale.
Ci credo ancora meno. Berlusconi ormai non è un problema e credo che quindi si comporterà in modo responsabile.
Pacco numero tre. I processi. 
Arrivederci.
Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille! Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

martedì 7 febbraio 2012

Basta furti, è tempo che i partiti rispondano delle loro magagne alla legge

Lo scandalo Lusi è la goccia che forse farà traboccare il vaso, prima che l’acqua travolga il vaso stesso. Casini e Bersani si sono detti determinati a promuovere nuove regole in materia di finanziamento ai partiti, perché consapevoli che in un clima tanto quaresimale, i partiti hanno l’obbligo di diventare per i cittadini delle “case di vetro”. In materia di finanziamento, ha detto Bersani, «non può esistere che un partito prenda finanziamenti senza certificazioni e non ci siano trasparenza e dei criteri di partecipazione». E c’è poi l’ipotesi di una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti, che è attesa almeno dal 1948 e porta la firma di don Sturzo. Una proposta che avrebbe il vantaggio di obbligare i partiti a rispondere della gestione finanziaria e del rispetto delle regole di democrazia interna, che è stata rilanciata con forza dal Fatto Quotidiano. «Spesso si pone l’accento sui privilegi della casta», spiega a liberal il presidente emerito della Corte costituzionale, Piero Alberto Capotosti, «sul numero eccessivo di parlamentari, sulle spese per i ristoranti delle Camere, i vitalizi, le indennità e i portaborse. Ma si tratta di elementi che pure assommati, non sono rilevanti quanto la questione dei rimborsi, che invece rappresentano uno dei nodi più importanti dei costi della politica» «L’attuale natura giuridica dei partiti politici», ragiona Capotosti, «differisce da quella prevista originariamente dai padri costituenti. A suscitare questo cambiamento è stato il finanziamento pubblico, che è stato un elemento distorcente in grado di alterare lo status dei partiti come associazioni di diritto privato. Essendo destinatari di fondi pubblici, i partiti dovrebbero quindi essere dotati di strumenti in grado di consentire il controllo di bilancio. E sono chiamati a rispondere del denaro erogato dallo Stato per lo svolgimento dei loro compiti essenziali». «Con il referendum che abrogò nel ’93 il finanziamento», prosegue il presidente della Consulta, «i partiti misero a punto il meccanismo del rimborso. Ma lo stesso, a dispetto di alcune storture, dovrebbe essere finalizzato a nient’altro che la copertura delle spese». Ma quali sono i principali abusi perpetrati con i soldi dei cittadini? «I fondi statali», risponde il giurista, «dovrebbero essere destinati in primo luogo ai partiti (anche quelli di nuova formazione) allo scopo di metterli in condizione di presentarsi alla competizione elettorale. In secondo luogo, i fondi dovrebbero essere proporzionati alla effettiva rappresentatività conseguita al risultato delle urne. E infine, dovrebbero essere proporzionati alla durata della legislatura, e non erogati a prescindere dalla durata della stessa come avviene oggi, producendo in alcuni casi un effetto di raddoppio». Come uscirne, dunque? «In base a una previsione di Iegge, i partiti in quanto soggetti sovvenzionati in modo continuo, dovrebbero rimettere i loro bilanci al controllo di un organo ad hoc come la Corte dei Conti», commenta Capotosti. «Ciò limiterebbe di certo il grado di autonomia attribuito dai padri costituenti ai partiti. Ma di fatto, l’obbligo di sottoporre a revisione i bilanci, rispecchierebbe il mutamento della loro natura giuridica generato dal finanziamento». E che cosa accadrebbe, invece, nella fantascientifica ipotesi di abolirlo? «Bisogna fare attenzione», mette in guardia Piero Alberto Capotosti. «Il finanziamento pubblico non è qualcosa di stravagante: in tempi di mediatizzazione pervasiva, l’acquisto di spazi di propaganda sui media ha reso le campagne elettorali sempre più dispendiose. E il finanziamento deve essere cospicuo, nell’intento di prevenire finanziamenti illeciti da parte di privati come accadde al tempo di Tangentopoli. D’altra parte, l’alternativa al finanziamento pubblico è quella dell’elargizione privata, così come accade negli Stati Uniti. Si tratta di un sistema che rende pubblici gli interessi privati delle lobby, e che però lascia facilmente presumere che vincoli le decisioni delle forze politiche a precisi interessi». Dare quindi natura di persona giuridica ai partiti, e porre fine alla deregulation dei rimborsi. Sulla materia, il presidente emerito ha una ricetta precisa: «Occorre ridiscutere il meccanismo e depurarlo dalle attuali storture legate alla durata della legislatura, alla proporzionalità degli stessi in base ai risultati elettoralli, e alla prassi della tesaurizzazione dei fondi incompatibile con la logica del recupero delle spese ». Ma avverte: «Bisogna prendersi del tempo, affinché si possa produrre una regolamentazione della materia efficace per una questione tanto delicata. L’eco delle ultime vicende, non deve indurre troppa fretta perché sul merito, come abbiamo visto, pendono numerose riserve e controindicazioni». E sul tema, sembra concordare anche Paolo Pombeni, professore di Storia contemporanea all’università di Bologna. «Ci si accorge sempre dei buoi quando ormai sono fuggiti dalla stalla », spiega a liberal. «La prima cosa da pretendere», osserva il politologo, «è la presentazione di documenti circostanziati che attestino le spese in modo chiaro. Tutto deve essere rendicontato e certificato da appositi organi di revisione dei conti. Pratiche come quelle degli investimenti in Tanzania non devono più ripetersi. Lo scopo del rimborso deve rimanere esclusivamente quello di pareggiare le spese, e non quello di lucrare con i soldi dei cittadini. Una slavina che ci riporti all’era di Tangentopoli è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in un periodo di così grave emergenza. I partiti devono provvedere a regolamentare la materia senza esitazioni. Se così non fosse, l’indignazione popolare li travolgerebbe per la seconda volta».

mercoledì 21 dicembre 2011

Un pasto al Plaza val bene una cyclette

Il cerimoniale sarà lento e carico della giusta solennità che si deve alle sfide.
Ripiegare la giacca, deporre la camicia e lasciare che la cravatta si adagi sulla seta preziosa della suite. E infine, poco prima che scocchi l’ora di pranzo, sperare che quegli short acrilici color pervinca che hanno preso il posto dell’abito d’ordinanza, abbiano reso il giusto onore al ciclista provetto, e magari siano passati inosservati agli occhi indiscreti della concierge. La scena, dal sapore vagamente fantozziano, potrebbe essere già diventata realtà a partire da ieri. O così sperano ai piani alti di uno dei più prestigiosi alberghi di Danimarca. Location fissata nell’interno giorno di una delle 366 stanze del Crowne Plaza, albergo di gran lusso che ha sede in un grattacielo imponente che domina lo skyline di Copenaghen. È proprio qui, in uno dei più verdi hotel d’Europa, dove internet è wireless e centro termale e fitness sono gratuiti, che ha preso il via un progetto pilota interessante quanto buffo: gli ospiti che vorranno contribuire al fabbisogno energetico della struttura, potranno pedalare sulle cyclette elettriche messe a loro disposizione. Il Crowne Plaza ci guadagna in energia alternativa, e tiene alta la sua fama di struttura eco-sostenibile per eccellenza. Il cliente ci guadagna in forma fisica, tiene alta la fame, e abbassa i costi per placarla. O meglio, li azzera. Il piano verde varato dall’hotel, prevede infatti un pasto gratuito per ogni cliente che sarà capace di sviluppare a bordo della cyclette 10 watt all’ora di energia elettrica. «Le bici elettriche offrono ai nostri ospiti la possibilità di tenersi in forma e di dare il proprio apporto al fabbisogno energetico dell’hotel – spiega il general manager del Crowne –. Sarà interessante scoprire quanti clienti prenderanno parte all’iniziativa e quanta energia elettrica verrà generata». Secondo i calcoli della direzione, un ospite capace di mantenere i trenta i chilometri orari per sessanta minuti è in grado di produrre 100 watt all’ora di elettricità, ma visto che é assai improbabile che comitive di corridori professionisti raggiungeranno Copenaghen a frotte per sperimentare la cosa, ci si attiene a un buono pasto conquistabile da esseri umani qualsiasi. Gente che per intenderci, riuscirà a spingere sui pedali per circa sei minuti, a un’andatura sostenuta. Sei minuti di sudore, valgono in questo caso 10 watt di elettricità: quanto basta per tenere accesa una lampada da 10 Wh per dieci minuti scarsi. Numeri impietosi, per la verità. Numeri che dicono, in sostanza, che se pure Eddie Mercx e Miguel Indurain passassero un’intera giornata al Plaza, la loro sovrumana pedalata regalerebbe all’orbe terracqueo energia sufficiente per una mezz’ora scarsa di tivvù a schermo piatto. E allora qual è lo scopo dell’iniziativa? Innanzitutto marketing, certo, ma non solo. Il Crowne Plaza è in possesso dei requisiti ecologici previsti dalla normativa europea, le sue 366 camere sono dotate di lampade a basso consumo, ed è fornito di un sistema a pannelli solari. Tutte caratteristiche che, nonostante la mole della struttura e la qualità dei servizi offerti, la dicono lunga sul vero obiettivo del manegement: trasformare presto l’hotel in un sistema carbon free.
In quest’ottica, i vertici del Crowne Plaza contano di monitorare attentamente l’andamento dell’iniziativa ciclistico-energetica di Copenaghen. Ottenere un buon risultato in quest’anno di sperimentazione, significherebbe estendere la formula agli altri ventuno alberghi della catena presenti nel Regno Unito. E formare ospiti attenti alle questioni energetiche, da mettere sotto la propria insegna come nuovi modelli di consumatore chic ma intelligente. Gli esperti indicano nel turismo biosostenibile la nuova frontiera del business, e la concorrenza, nel settore si va facendo via via più agguerrita grazie alle agevolazioni e agli incentivi che l’Unione europea mette a disposizione di chi investe nella Green Economy. E il presidente della Fondazione delle Nazioni Unite, Ted Turner, ha presentato non più tardi di un anno e mezzo fa, le norme globali per l’attuazione di un turismo più sostenibile in tutto il mondo. Una serie di avvertenze, che insieme al piacere di visitare località fascinose, ha l’intento di coniugare il gradimento del turista, con le enormi possibilità di sviluppo contenute nell’economia verde. E c’è poi, chiaramente, un vantaggio di offerta. Studi di settore indicano ormai da tempo che le fasce sociali medio-alte della popolazione europea, sono disposte a pagare più volentieri certe somme se il prodotto usufruisce di “garanzie verdi”, dagli ortaggi alle vacanze più esotiche. Il concetto è stato ben spiegato da Alex Randall, portavoce del Centro per le tecnologie alternative sito in Galles che da oltre trent’anni è leader del settore in Europa «In termini realistici, affidare la produzione di energia a delle cyclette non è una via molto pratica per generare apprezzabili livelli di energia, ma di certo l’iniziativa è tutt’altro che criticabile. Se metti qualcuno seduto su una bici, lo fai pedalare duramente, e gli dimostri quanto il loro grande sforzo sia appena sufficiente per tenere acceso il relè di una tv, questo lo rende consapevole di quanto sia difficile produrre energia, e aiuta a capire perché tutti noi dobbiamo stare molto attenti a non sprecarla».

giovedì 8 dicembre 2011

Il padre del precariato Tiziano Treu: "Questo non è il lavoro flessibile che avevo ideato, ora bisogna porre fine ai contratti a tempo"


ll giuslavorista del Pd: «Ammortizzatori sociali e salario minimo garantito contro le disparità» «Vi propongo la mia road map per un mercato flessibile e sicuro». Tiziano Treu commenta la temuta stretta sui licenziamenti: «I bonus per le assunzioni sono un buon inizio, ma la strada è lunga» 
ROMA. Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato uno sciopero unitario di tre ore contro la manovra per lunedì 12 dicembre. La riforma, spiegano le sigle sindacali, «non risponde ai criteri di equità e crescita che, insieme al rigore, sono stati enunciati dallo stesso presidente del Consiglio. A pagare sono sempre gli stessi, lavoratori, pensionati e ceti medi. Mancano invece misure tese a far pagare chi non ha mai pagato e chi ha di più». In commissione si è aperto qualche spiraglio intorno alla proposta di spostare la mancata indicizzazione delle pensioni agli assegni superiori tre volte quelli minimi. «Una riforma dura, ma assolutamente indispensabile per potere uscire in tempi certi dall'incubo del debito, e cominciare a disegnare per i giovani un futuro più certo», commenta il senatore del Pd, Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro che nel `97 diede veste giuridica al lavoro flessibile.
Professore, i sindacati sono sul piede di guerra e fanno notare che il carico pende dalla parte dell`impiego, e quasi per nulla da quella degli evasori. Come potrà il Pd conciliare le differenze di vedute sull`argomento riforma del mercato del lavoro?
All`indomani di provvedimenti molto onerosi nei confronti di lavoratori e pensionati i risparmi realizzati con la riforma vanno dirottati sul welfare per tutelare il lavoro e incentivare finalmente l`occupazione. I bonus introdotti mi sembrano un primo passo in questa direzione:scoraggiare le assunzioni a progetto.

mercoledì 7 dicembre 2011

Gli operai di tutto il Sud sono tanti quanti ce ne sono a Brescia: i numeri dicono che il Mezzogiorno è stato abbandonato a sé stesso

Roma. «In tutta l’area meridionale, fatta di 25 milioni di abitanti, oggi l’occupazione nelle grandi e medie industrie è pari a quella della sola Brescia. Tornare a crescere, e fare sviluppo, significa per l’Italia soltanto una cosa: fare crescere il Sud per colmare il divario economico che lo separa sempre più dal Nord». Deputato di lungo corso, iscritto al gruppo dei Liberaldemocratici, Giorgio La Malfa lancia al governo Monti un’appassionante sfida. Rilanciare il Mezzogiorno per rimettere l’economia italiana sulla rotta di un pieno sviluppo. Non sulla base di slogan, ma di precisi dati sul sistema industriale del meridione, che l’onorevole ha raccolto nel Rapporto della fondazione Ugo La Malfa presentato ieri alla presenza del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e del ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca. Basti dire che si tratta del primo studio sistematico sui settori di attività, sulla localizzazione e sui bilanci delle imprese che hanno sede nel Sud Italia. «È al ministro Barca che gireremo i dati di questa inchiesta», precisa La Malfa, «perché crediamo che il Sud sia la chance più importante a disposizione del governo Monti».
Professore, che cosa emerge dal rapporto?
Siamo in presenza di una vera e propria desertificazione industriale. Il Sud ha risentito nel lungo periodo dell’impostazione data alla politica di sviluppo delle regioni meridionali che si fondava soprattutto sulle grandi imprese e in particolare sulle partecipazioni statali. Questi grandi gruppi però non sono stati capaci o non hanno voluto creare un indotto sufficientemente robusto, in grado, cioé, di operare sui mercati aperti una volta che la grande industria è entrata in crisi come del resto in tutto il Paese.
Ritiratosi lo Stato, è morta la grande industria, insomma.
Proprio così. La media impresa, nel resto del Paese è riuscita a sostituire la grande impresa sui mercati internazionali e quindi a sostenere l’occupazione industriale. Non così al Sud, dove la media impresa non è riuscita a sopperire alla perdita di occupazione. 
La grande impresa è diventata al Sud una specie in estinzione.
Alla grande impresa sono riconducibili circa 2000 aziende italiane. Di queste solo 106 hanno sede nel Mezzogiorno ed occupano circa 70mila dipendenti. Ma i dati dolenti vengono soprattutto dalle medie imprese.
Dica pure.
Le imprese medie sono nel Sud 341, cioè l’8,5 per cento del totale nazionale, e occupano poco più di 40mila dipendenti. Queste aziende hanno sofferto più di quelle del Nord della crisi del 2008 e hanno faticato maggiormente a tornare vicino ai livelli pre crisi, soprattutto a causa della minore spinta verso l’export che caratterizza le imprese del Sud.
E questo spiega in parte una disoccupazione che in alcune aree del Meridione tocca addirittura il 45 per cento.
Per capire la portata del fenomeno, basti dire che nelle regioni meridionali l’occupazione nell’industria di medie e grandi dimensioni è di soli 110 mila unità. Più o meno uguale a quella esistente in una provincia come quella di Brescia, che però ha meno di un milione di abitanti mentre il Sud d’Italia ne ha più di 25 milioni.
Domanda ingenua. Perché questi risultati dopo sessant’anni di politiche meridionaliste?

Le imprese del Sud registrano un minor valore aggiunto per dipendente rispetto a quelle del centro-nord. E se questo è compensato in parte da un minor costo del lavoro, la redditività è la metà di quella delle imprese settentrionali. È chiaro che con questi indici di redditività non c’è interesse da parte degli imprenditori ad investire nel Sud.
Pensare a nuovi tipi di incentivi potrebbe essere la soluzione?
La politica degli incentivi finora non ha sanato il divario, ma al momento non ci sono ricette confezionate. È però il momento di capire che solo le regioni meridionali offrono ancora aree disponibili agli insediamenti industriali. Il resto dell’Italia è ormai in larga parte saturo, e nel meridione c’è anche una manodopera scolarizzata e disponibile a lavorare nelle imprese industriali. Esistono insomma, spazi di crescita per il Sud. Saturare tali possibilità sarebbe un vantaggio per l’intero Paese. 
Dica la verità. Sugli “spazi di crescita” ha in mente qualche suggerimento.
Si possono approntare molti correttivi. Ma è necessario porsi le giuste domande. In primo luogo bisogna chiedersi quali siano le infrastrutture più utili allo sviluppo delle medie imprese, se quelle fisiche o quelle immateriali. Non abbiamo risorse per tutto, e per questo occorre darsi delle priorità.
Priorità? Approfondiamole.
Bisogna ragionare sulle modalità per migliorare le condizioni ambientali sia dal punto di vista burocratico che, e soprattutto, sotto l’aspetto dell’ordine pubblico e della sicurezza delle imprese. E poi ragionare sugli stimoli che la politica economica può offrire per agevolare la nascita e la crescita delle medie imprese.
Come?
Si può agire sulla domanda pubblica. Ad esempio, per alcuni grandi investimenti si possono organizzare consorzi di enti in modo da fare progetti a lungo termine. E infine bisogna chiedersi se può essere proficua la creazione di una agenzia pubblica capace di fornire servizi utili alla nascita e allo sviluppo della media impresa. Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

martedì 6 dicembre 2011

Il debito pubblico della Germania è il più alto d'Europa: le molte verità che nessuno vi dice su Eurolandia

L’Eurozona ha un debito complessivo del tutto sostenibile rispetto a quello statunitense. Ma le politiche farraginose e inconcludenti dell’Unione hanno favorito l’isteria dei mercati oggi più che mai atterriti dalla sindrome del contagio. Ha un bel dire il commissario agli Affari economici Olli Rehn, a sottolineare la necessità di barriere antincendio. Ma a che cosa servono se in primo luogo, in un palazzo che rischia di andare a fuoco, continua a mancare l’acqua?». Professore di Economia industriale e Commercio estero alla Cattolica di Milano, Marco Fortis segnala da tempo sul Messaggero e il Sole24Ore la necessità di una scossa. «L’Europa », spiega a liberal, «continua a ingrossare i nuvoloni che si addensano sull’euro. Ci stiamo facendo del male da soli. La Germania non ha ancora capito che continuando ad opporre veti che indeboliscono i Paesi partner si troverà presto con una montagna di crediti inesigibili. Basti ricordare che i tedeschi esportano in Francia prodotti per cento miliardi di euro. Angela Merkel rischia di segare il ramo su cui è fiorito il suo Paese». Il gioco stucchevole della dichiarazia europea, in apparenza un codice sovranazionale che di fatto è un codicillo minore nel vocabolario di lingua tedesca, ha dato ennesima prova di sé in occasione della recente visita di Rehn in Italia. Il commissario si è detto allarmato dal rischio che le tensioni sui mercati si diffondano velocemente dai paesi periferici fino alle nazioni dell’Europa centrale come la Francia e la Germania. Ha poi aggiunto che «siamo tutti sulla stessa barca», ma tanta comprensione si è tradotta in un concetto semplice semplice. Niente eurobond perché la Germania è in disaccordo. «Non possiamo più permetterci il protezionismo finanziario a tutela di questo o quel Paese membro. A causa di un attendismo interessato, il caso tutto sommato modesto del crac greco si è trasformato nella scintilla di una guerra mondiale proseguita con mezzi finanziari », continua Marco Fortis. «L’obiettivo primario per allentare la tensione», spiega l’economista, «è ridurre la pressione sui tassi d’interesse. In nome di un rigorismo miope, l’Unione europea sta avallando la sua autodistruzione. Un vero paradosso che consente alla irrazionalità attuale dei mercati di avere il sopravvento sui fondamentali economici di Paesi come il nostro, che invece sono molto solidi».